Piante grasse, bella gente.

Oggi è un’amica a regalarci un contributo verde, Silvia e le sue piante grasse.

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Le piante grasse sono di poche pretese. Che non significa che siano piante modeste, anzi.

Ce ne sono di lussuose e di lussuriose. Di rigogliose e di rigorose. Di setose e di sontuose.

Sono di poche pretese perché sono piante molto indipendenti: non pretendono e non chiedono, al limite si giovano.

Piante che sanno stare anche da sole, alle quali non manchi. Non stanno lì a guardarti storto perché hai dimenticato di dar loro l’acqua. Non vogliono farti sentire in colpa perché l’esposizione non era quella perfetta. Insomma, piante che sanno stare al mondo.

Il bello è che non si limitano a sopravvivere in tua assenza (anche assenza morale: ci sei, ma non te le fili). Loro vivono e rigogliono in proprio. Crescono, diventano più alte e più larghe, tirano fuori fiori bellissimi

 

E poi nascono nei tuoi vasi in modo sorprendente. Di solito in due modi:

1) un “ciccio” di pianta grassa, staccato dalla pianta madre e infilato in terra così, senza cerimonie e senza fronzoli, senza complicazioni e senza pretese;

2) la piantina grassa piccola piccola, nel vasetto microscopico di plastica, pagata 1 euro al mercatino o al brico.

Contro ogni previsione, queste piantine diventano, in pochi mesi, l’orgoglio del tuo balcone. Te ne accorgi un po’ all’improvviso: non le guardi per parecchio tempo, non ci fai caso e loro sono lì a crescere in silenzio. Un giorno ti giri e le noti: sono alte almeno 30 centimetri.

Ma non era un ciccetto? Non era la piantina del brico? Come è diventata così, che non l’ho praticamente innaffiata?

 

La pianta grassa è un tipo tosto, una vera dura. Passa l’inverno più rigido e l’estate più torrida e, alla fine della stagione, è sempre lì, a tirare fuori un nuovo ciccio o un fiore.

La pianta grassa non è grassa: ha l’ossatura forte, è robusta.

Le piante grasse, poi, sono varie. Non si assomigliano: ci sono quelle con le spine aguzze e graffianti, quelle con le spine morbidine come capelli a spazzola, quelle con le foglie vellutate e cicciotte, quello con le foglie smeraldo belle tonde, quelle morbide, quelle croccanti, quelle di un bel grigio-verde-argento, quelle scure, quelle chiare, quelle con tante punte e tante braccia, quelle con le foglie larghe, quelle con le foglioline piccole piccole, che ogni tanto ne stacchi una e te la schiacci tra le dita per sentire l’acquetta fresca che ne esce.

 

Le piante grasse sono piante di sostanza: solide, corpose, che non stanno lì a lamentarsi, a cincischiare. Se c’è da resistere, resistono. Se c’è da crescere, crescono. Se c’è da godersi languidamente il sole, godono. Piante che non si lasciano sfuggire il bello della vita. Piante concrete, belle, ottimiste e sorridenti. Ma serie, piante molto serie, poco inclini ai tradimenti e ai cedimenti.

Bella gente le piante grasse.

Gira il girasole.

Per il “Contributo verde” di oggi, Lucia ci ha regalato il suo racconto. Buona lettura!

girasole

Allora, la storia è questa.

C’era una bambina di una piccola città di mare, e ovviamente c’era la sua mamma, ordinaria ragioniera part time, dedita alla famiglia, a sé e ad un miliardo di altre cose.

La bimba, che per comodità chiameremo BimbaGiò, frequentava la prima classe della primaria e si preparava ad andare in gita: nientemeno che alla fattoria didattica, pianteanimalifruttafiori e cotillon. MammaLù (sempre per comodità) prepara lo zainetto con la merenda, la macchina fotografica e i fazzoletti di carta.

Bella la mattinata in mezzo alla natura di BimbaGiò, ordinaria la giornata in ufficio di MammaLù.

Al ritorno a casa richiesta di racconti della gita, domande interessate e sguardi curiosi, ai quali quella sotto il metro e cinquanta rispondeva con entusiasmo alle stelle: tutto bene Mà.

Ma la sorpresa doveva ancora arrivare. Infatti dopo qualche mese, a giugno, la studentessa torna a casa con un vasetto piccolo e tutto pieno di terra. Il che non sarebbe nemmeno troppo strano, visto che la terra, oltre che per terra, a volte si può trovare anche nei vasi. La cosa stupefacente era che da quella terra partivano due eleganti fasci verdi, sottili e leggermente tendenti al verde chiaro, che dopo il primi due centimetri e il tentativo di elevarsi lottando contro la forza di gravità, avevano ceduto miseramente e si erano stesi in posizione orizzontale, crescendo per -boh- circa dodici altri centimetri.

Oh BimbaGiù, che ti sei portata a casa, le ragnatele del terrario nell’aula di scienze?

Oh MammaLù questi sono i girasoli che abbiamo piantato alla gita, ti ricordi?

Certo che mi ricordo, ricordo benissimo la seduta di ipnosi e lettura del pensiero di qualche mese fa in cui ero riuscita a sapere che la merenda l’avevi mangiata tutta, come posso essermi scordata che mi avevi comunicato che erano stati piantati dei semi di girasole dal fattore Pietro per avviare i giovani virgulti cittadini alla nuova passione orticola?

Mi ricordo, come no!

Che orpo di faccio ora di ste due stelle filanti?

Mi sovviene che ho una consulente di verde, specializzata in sostegno corposo alle cittadine sprovviste di pollice (di tutti i colori). Alla chiamata la consulente finge di non essere in casa, imitando l’accento russo del suo fornitore di semi di vodka (come? non si pianta la vodka? allora devo aver capito male). Dopo il terzo tentativo risponde, ma alla richiesta di un aiutino attacca a ridere e le parte l’enfisema per mezz’ora.

A questo punto MammaLù tenta la tattica del tuttologo, provando ad appendere il vaso a testa in giù.

La consulente per amore della scienza suggerisce di cambiare vaso (e verso) e steccare i germogli. MammaLù compra una vocale, toglie una e aggiungendo una a e capisce la parola sbagliata: il primo esserino verde le rimane in mano. Taaaac: meno uno.

Al secondo tentativo di sorreggere la pianta con due spiedini di legno attaccati con lo scotch, anche il girasole potenziale si mette a ridere (per non suicidarsi si è ipotizzato negli ambienti dell’Interpol).

Era giugno, col caldo e gli uccellini che cantano.

Sono passati i giorni, e il verde è diventato prima ocra e poi marrone, virando definitivamente al grigio attorno alla metà di luglio.

Ora: io non so chi di noi due ha sbagliato, forse la Lù o forse la consulente verde, tra i ghigni e le risa.

Io vi ho solo raccontato la storia del girasole che gira e di una bambina che alla fine ha superato il trauma (fregandosene bellamente, per amore di precisione)

Quindi io quello che è accaduto ve l’ho racconato, tutte le altre versioni sono false.

A voi trarre la morale (se c’è)

[Credits Immagine john.roberts]

Verde è la risposta.

Inauguriamo una nuova categoria: “Contributi verdi” che racchiuderà i contributi e le collaborazioni, le foto ed i racconti di chi ci segue o chi amiamo e ci piace leggere anche qui sul jalbog. Quello che segue è un racconto verde scritto da Gaetano Buson aka El_gae del blog Stratobabbbo, un racconto in pieno stile Nicchione, buona lettura!colore_verde1

Chiedono i miei figli: “Perché Hulk è verde?”

È verde di rabbia Hulk, come dargli torto?

È verde come la minestra di verdura che mangiano i bambini per diventare verdi e forti come Hulk, che poi si accorgono che non è quello e si incazzano, ma loro non diventano verdi. Questo lo fa diventare verde.

È verde come i piselli, può avere un eroe il colore di un pisello?

È verde perché non conosceva Lou Reed ma è stanco di ascoltarsi solo “Perfect Day”

Che non è perfetto un cazzo se anche oggi sei verde, o al verde.

È verde perché c’è gente che lo giudica non in quanto verde ma perchè trasmette un immagine di sé verde ed il verde non si comunica, non è geek o cool o altro che non sa cosa significhi e lo fa incazzare e diventare verde.

È verde perché ha amici che stanno male e non sa neppure cosa o chi rompere per questo

È verde perché chi ha più fortuna non ha neppure la decenza di accorgersene.

È verde perché comunque sarebbe bello potersi lamentare se non fosse per quelli che stanno peggio.

È verde perché a lui non lo uccide nessuno ma il dolore lo sente eccome ed almeno non è anestetizzato a bersi tutto quello che gli dice la tv.

È verde perché qualcuno dovrà pur accorgersi che certe radio passano solo merda

È verde perché tutti criticano il dilagare di Halloween e poi ci fosse uno che gli suona il campanello per fargli davvero lo scherzetto.

È verde perché, alla fine, lui non tromba meno di tutti, anche di quello sfigato di Peter Parker, anche di quel secchione insulso di Clark Kent, e lui niente. Tutte lì a chiedersi come sia possibile che i pantaloni non si strappino. Hai voglia di dire che la dimensione non conta.

È verde perché gli tocca correre scalzo ed ormai c’è poco verde dappertutto e l’asfalto gli irrita i piedi.

È verde ed al verde, come il pane di chi non arriva a fine mese,

Non c’è pane verde? Infatti. Non c’è pane.

È verde ogni volta che serve una coccarda rosa per ricordare un ragazzo e non un bambino che è nato.

È verde quando si giudica per il colore e non per altro.

Che non può essere bionda tua figlia se tu sei verde.

È verde perché il verde lo associano alla Lega e lui non ci si riconosce, troppo gretti, per lui.

È verde, ma tanto verde, perché alla fine nessuno pare avere più il coraggio di diventarlo: se stanno tutti lì un giorno ad indignarsi e poi passa tutto, la bacheca propone nuovi sensazionalismi ed il tuo verde non è più priorità.

Invece lui rimane verde, ostinato e coerente.

E non vorrebbe perché diventare verde è solitudine e paura.

Ed invece lui lo sa che non bisogna rinunciare ad indignarsi ed incazzarsi e spaccare, se serve, per lo meno i marroni.

Che se lo facessero tutti forse diventerebbe meno verde e, comunque, si sentirebbe meno solo.

Lui lo sa che quel verde serve al mondo.