Il vaso in una bottiglia.

Ho chiesto ad un’amica del JALBOG, Claudia di MondoCipino, di farci vedere il suo modo per fare vasi di recupero in pieno stile DIY. L’operazione è molto semplice, bastano infatti delle bottiglie in PVC ed un paio di forbici.
Dunque, prendiamo una bottiglia di plastica, una qualsiasi, in questo caso è del succo di frutta, ma anche con quelle della cocacola vengono bene (anzi, con quelle da 2lt vengono vasetti più grandi). Dopo aver vuotato e ben pulito la bottiglia la tagliamo circa a metà, togliamo il tappo, capovolgiamo la metà superiore che diventerà il vaso e la infiamo dentro a quella inferiore, che fungerà da sottovaso. Mettiamo edntro anche il tappo, solo poggiato, che tratterà la terra ma lascerà passare l’acqua. Riempiamo di terra ed il vaso è pronto. Io ci ho seminato i pomodori, ad esempio, che poi trapianteró quando le piantine saranno sufficientemente grandi. L’idea in più è scrivere sul vaso dierttamente col pennarello inedelebile che semi ci sono stati messi ed in che data.

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I pomodori sono cresciuti nel frattempo, infatti li ha trasferiti in un altro vaso “di recupero”.

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Grazie mille per il tutorial e tienici informate :)

Piante grasse, bella gente.

Oggi è un’amica a regalarci un contributo verde, Silvia e le sue piante grasse.

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Le piante grasse sono di poche pretese. Che non significa che siano piante modeste, anzi.

Ce ne sono di lussuose e di lussuriose. Di rigogliose e di rigorose. Di setose e di sontuose.

Sono di poche pretese perché sono piante molto indipendenti: non pretendono e non chiedono, al limite si giovano.

Piante che sanno stare anche da sole, alle quali non manchi. Non stanno lì a guardarti storto perché hai dimenticato di dar loro l’acqua. Non vogliono farti sentire in colpa perché l’esposizione non era quella perfetta. Insomma, piante che sanno stare al mondo.

Il bello è che non si limitano a sopravvivere in tua assenza (anche assenza morale: ci sei, ma non te le fili). Loro vivono e rigogliono in proprio. Crescono, diventano più alte e più larghe, tirano fuori fiori bellissimi

 

E poi nascono nei tuoi vasi in modo sorprendente. Di solito in due modi:

1) un “ciccio” di pianta grassa, staccato dalla pianta madre e infilato in terra così, senza cerimonie e senza fronzoli, senza complicazioni e senza pretese;

2) la piantina grassa piccola piccola, nel vasetto microscopico di plastica, pagata 1 euro al mercatino o al brico.

Contro ogni previsione, queste piantine diventano, in pochi mesi, l’orgoglio del tuo balcone. Te ne accorgi un po’ all’improvviso: non le guardi per parecchio tempo, non ci fai caso e loro sono lì a crescere in silenzio. Un giorno ti giri e le noti: sono alte almeno 30 centimetri.

Ma non era un ciccetto? Non era la piantina del brico? Come è diventata così, che non l’ho praticamente innaffiata?

 

La pianta grassa è un tipo tosto, una vera dura. Passa l’inverno più rigido e l’estate più torrida e, alla fine della stagione, è sempre lì, a tirare fuori un nuovo ciccio o un fiore.

La pianta grassa non è grassa: ha l’ossatura forte, è robusta.

Le piante grasse, poi, sono varie. Non si assomigliano: ci sono quelle con le spine aguzze e graffianti, quelle con le spine morbidine come capelli a spazzola, quelle con le foglie vellutate e cicciotte, quello con le foglie smeraldo belle tonde, quelle morbide, quelle croccanti, quelle di un bel grigio-verde-argento, quelle scure, quelle chiare, quelle con tante punte e tante braccia, quelle con le foglie larghe, quelle con le foglioline piccole piccole, che ogni tanto ne stacchi una e te la schiacci tra le dita per sentire l’acquetta fresca che ne esce.

 

Le piante grasse sono piante di sostanza: solide, corpose, che non stanno lì a lamentarsi, a cincischiare. Se c’è da resistere, resistono. Se c’è da crescere, crescono. Se c’è da godersi languidamente il sole, godono. Piante che non si lasciano sfuggire il bello della vita. Piante concrete, belle, ottimiste e sorridenti. Ma serie, piante molto serie, poco inclini ai tradimenti e ai cedimenti.

Bella gente le piante grasse.

Generazione Orto.

orto

 

Ci è stato regalo un Contributo Verde di quelli belli da leggere d’un fiato e che fanno venire voglia di pensare. Grazie a El Gae, di nuovo.

Mio suocero ha figli grandi, nipoti di tutte le età ed un orto che basterebbe a sfamare tutto il Congo  Belga.

C’è uno steccato bellissimo fatto con lunghe assi di legno verniciato. Non può non piacere: sembra quello che da piccoli vedevamo in tv in Furia cavallo del west. Ha aperture su tutti i lati chiuse da cancelli fatti con lo stesso legno, perfettamente integrati nella struttura. Si chiudono con un chiavistello ed un lucchetto.

Che di per sé non servono ad un granché: basta saltare la staccionata e si entra senza grossa difficoltà, il tutto è molto decorativo, curato nei minimi dettagli.

Anche dentro è tutto ordinato, preciso: ci sono delle tavole, tipo quelle dei cantieri che dividono gli spazi tra una coltivazione e l’altra e ti permettono di camminarci in mezzo senza infangarti nemmeno dopo una settimana di pioggia.

La produzione cambia di continuo, seguendo il ciclo delle stagioni, chiaramente, ma anche aggiungendo e togliendo colture nuove di anno in anno, per vedere se gli vengono bene. Non è neppure funzionale al consumo, per certi aspetti.

Nel senso che non si coltiva per consumare, ma bisogna consumare per continuare a produrre.

E la produzione è funzionale al passaggio del tempo.

Ed il passare del tempo serve ad arrivare a sera, senza dover fermarsi a pensare. Forse all’ansia di vivere per il futuro, forse a quei segnali negli occhi dei figli, colti e messi via, senza elaborazione, senza andare a fondo e che riemergono appena ti fermi, appena non hai qualcos’altro per tenere occupate le mani e la testa.

E allora è meglio lavorare e pensare che siano ancora bambini, che abbiano ancora bisogno di te perché troppo grandi sembrano le loro paure e le loro insicurezze per dargli una mano. Che magari sono le stesse che avevi tu, solo che l’epoca e diversa e non basta più lavorare e garantire il pane alla famiglia, che ora questo lo sanno fare anche le donne.

E questo discorso non vale solo per mio suocero ma per tutta la sua generazione, che si è vista cambiare il mondo attorno ed rimasta sul suo orto, a coltivare certezze che non valevano più fuori da quella staccionata.

Forse quando noi saremo vecchi rimpiangeremo di non avere un orto.

E allora dagli di coste, di radicchio e di tegoline che ai figli servono. È un modo per rimanere agganciato, di continuare a rassicurare che possiamo contare su di loro. È un cordone ombelicale fatto di verdura. È un’altro cancello sulla staccionata dell’orto. Quello che dà sull’anima.

 

[Crediti | Immagini: Shelley & Dave]

Gira il girasole.

Per il “Contributo verde” di oggi, Lucia ci ha regalato il suo racconto. Buona lettura!

girasole

Allora, la storia è questa.

C’era una bambina di una piccola città di mare, e ovviamente c’era la sua mamma, ordinaria ragioniera part time, dedita alla famiglia, a sé e ad un miliardo di altre cose.

La bimba, che per comodità chiameremo BimbaGiò, frequentava la prima classe della primaria e si preparava ad andare in gita: nientemeno che alla fattoria didattica, pianteanimalifruttafiori e cotillon. MammaLù (sempre per comodità) prepara lo zainetto con la merenda, la macchina fotografica e i fazzoletti di carta.

Bella la mattinata in mezzo alla natura di BimbaGiò, ordinaria la giornata in ufficio di MammaLù.

Al ritorno a casa richiesta di racconti della gita, domande interessate e sguardi curiosi, ai quali quella sotto il metro e cinquanta rispondeva con entusiasmo alle stelle: tutto bene Mà.

Ma la sorpresa doveva ancora arrivare. Infatti dopo qualche mese, a giugno, la studentessa torna a casa con un vasetto piccolo e tutto pieno di terra. Il che non sarebbe nemmeno troppo strano, visto che la terra, oltre che per terra, a volte si può trovare anche nei vasi. La cosa stupefacente era che da quella terra partivano due eleganti fasci verdi, sottili e leggermente tendenti al verde chiaro, che dopo il primi due centimetri e il tentativo di elevarsi lottando contro la forza di gravità, avevano ceduto miseramente e si erano stesi in posizione orizzontale, crescendo per -boh- circa dodici altri centimetri.

Oh BimbaGiù, che ti sei portata a casa, le ragnatele del terrario nell’aula di scienze?

Oh MammaLù questi sono i girasoli che abbiamo piantato alla gita, ti ricordi?

Certo che mi ricordo, ricordo benissimo la seduta di ipnosi e lettura del pensiero di qualche mese fa in cui ero riuscita a sapere che la merenda l’avevi mangiata tutta, come posso essermi scordata che mi avevi comunicato che erano stati piantati dei semi di girasole dal fattore Pietro per avviare i giovani virgulti cittadini alla nuova passione orticola?

Mi ricordo, come no!

Che orpo di faccio ora di ste due stelle filanti?

Mi sovviene che ho una consulente di verde, specializzata in sostegno corposo alle cittadine sprovviste di pollice (di tutti i colori). Alla chiamata la consulente finge di non essere in casa, imitando l’accento russo del suo fornitore di semi di vodka (come? non si pianta la vodka? allora devo aver capito male). Dopo il terzo tentativo risponde, ma alla richiesta di un aiutino attacca a ridere e le parte l’enfisema per mezz’ora.

A questo punto MammaLù tenta la tattica del tuttologo, provando ad appendere il vaso a testa in giù.

La consulente per amore della scienza suggerisce di cambiare vaso (e verso) e steccare i germogli. MammaLù compra una vocale, toglie una e aggiungendo una a e capisce la parola sbagliata: il primo esserino verde le rimane in mano. Taaaac: meno uno.

Al secondo tentativo di sorreggere la pianta con due spiedini di legno attaccati con lo scotch, anche il girasole potenziale si mette a ridere (per non suicidarsi si è ipotizzato negli ambienti dell’Interpol).

Era giugno, col caldo e gli uccellini che cantano.

Sono passati i giorni, e il verde è diventato prima ocra e poi marrone, virando definitivamente al grigio attorno alla metà di luglio.

Ora: io non so chi di noi due ha sbagliato, forse la Lù o forse la consulente verde, tra i ghigni e le risa.

Io vi ho solo raccontato la storia del girasole che gira e di una bambina che alla fine ha superato il trauma (fregandosene bellamente, per amore di precisione)

Quindi io quello che è accaduto ve l’ho racconato, tutte le altre versioni sono false.

A voi trarre la morale (se c’è)

[Credits Immagine john.roberts]

Verde è la risposta.

Inauguriamo una nuova categoria: “Contributi verdi” che racchiuderà i contributi e le collaborazioni, le foto ed i racconti di chi ci segue o chi amiamo e ci piace leggere anche qui sul jalbog. Quello che segue è un racconto verde scritto da Gaetano Buson aka El_gae del blog Stratobabbbo, un racconto in pieno stile Nicchione, buona lettura!colore_verde1

Chiedono i miei figli: “Perché Hulk è verde?”

È verde di rabbia Hulk, come dargli torto?

È verde come la minestra di verdura che mangiano i bambini per diventare verdi e forti come Hulk, che poi si accorgono che non è quello e si incazzano, ma loro non diventano verdi. Questo lo fa diventare verde.

È verde come i piselli, può avere un eroe il colore di un pisello?

È verde perché non conosceva Lou Reed ma è stanco di ascoltarsi solo “Perfect Day”

Che non è perfetto un cazzo se anche oggi sei verde, o al verde.

È verde perché c’è gente che lo giudica non in quanto verde ma perchè trasmette un immagine di sé verde ed il verde non si comunica, non è geek o cool o altro che non sa cosa significhi e lo fa incazzare e diventare verde.

È verde perché ha amici che stanno male e non sa neppure cosa o chi rompere per questo

È verde perché chi ha più fortuna non ha neppure la decenza di accorgersene.

È verde perché comunque sarebbe bello potersi lamentare se non fosse per quelli che stanno peggio.

È verde perché a lui non lo uccide nessuno ma il dolore lo sente eccome ed almeno non è anestetizzato a bersi tutto quello che gli dice la tv.

È verde perché qualcuno dovrà pur accorgersi che certe radio passano solo merda

È verde perché tutti criticano il dilagare di Halloween e poi ci fosse uno che gli suona il campanello per fargli davvero lo scherzetto.

È verde perché, alla fine, lui non tromba meno di tutti, anche di quello sfigato di Peter Parker, anche di quel secchione insulso di Clark Kent, e lui niente. Tutte lì a chiedersi come sia possibile che i pantaloni non si strappino. Hai voglia di dire che la dimensione non conta.

È verde perché gli tocca correre scalzo ed ormai c’è poco verde dappertutto e l’asfalto gli irrita i piedi.

È verde ed al verde, come il pane di chi non arriva a fine mese,

Non c’è pane verde? Infatti. Non c’è pane.

È verde ogni volta che serve una coccarda rosa per ricordare un ragazzo e non un bambino che è nato.

È verde quando si giudica per il colore e non per altro.

Che non può essere bionda tua figlia se tu sei verde.

È verde perché il verde lo associano alla Lega e lui non ci si riconosce, troppo gretti, per lui.

È verde, ma tanto verde, perché alla fine nessuno pare avere più il coraggio di diventarlo: se stanno tutti lì un giorno ad indignarsi e poi passa tutto, la bacheca propone nuovi sensazionalismi ed il tuo verde non è più priorità.

Invece lui rimane verde, ostinato e coerente.

E non vorrebbe perché diventare verde è solitudine e paura.

Ed invece lui lo sa che non bisogna rinunciare ad indignarsi ed incazzarsi e spaccare, se serve, per lo meno i marroni.

Che se lo facessero tutti forse diventerebbe meno verde e, comunque, si sentirebbe meno solo.

Lui lo sa che quel verde serve al mondo.

far east

Il contributo di oggi arriva da lontano, è arrivato anche un bel po’ di tempo fa, ma qui le cose vanno a rilento. Non conoscevo questo blog prima che Federica mi contattasse, adesso per me è impossibile non andare a sbirciare da questa finestra sull’Asia!

La natura ricorre spesso nei post di Mamma in Oriente, lì il “verde” è talmente potente che ignorarlo diventa impossibile. Lascio la parola all’ospite

Sono Italiana, ma ora vivo in Thailandia per il lavoro di mio marito.

A casa, sulle colline bolognesi, con non poca tristezza, ho lasciato il mio giardino, la mia creatura, la mia passione. Ho fortemente voluto che anche la nuova casa in Thailandia ne avesse uno.
Un giardino inevitabilmente molto diverso.
E io, che potevo considerarmi quasi un’esperta, qui sono tornata ad essere una principiante: un nuovo mondo di piante da conoscere e la felicità, quasi ogni giorno, di scoprire un nuovo fiore sbocciato in giardino  

green first

Oggi ci racconta qualcosa di verde Mumtrioska, Francesca.

sul suo blog mescola diario personale e craft, la trovate anche qui, avete visto che bel germoglio c’è nell’immagine di copertina?

da poco ha cambiato casa e il demone verde si è impossessato di lei peggio di prima, adesso infatti ha anche il giardino !

Senza verde non ci so stare: ditelo anche a mio marito che è una passione sfrenata e che se metto un vaso in ogni spazio è perché il verde fa bene allo spirito.
Questi sono i miei esperimenti di orto sul balcone degli ultimi anni, delle piante e dei fiori che ho coltivato e di quelle che ho trattato con tutte le cure necessarie come una brava mammina. Nell’altra foto c’è il giardino della casa nuova, già seminato e coccolato come si deve, in previsione dell’inverno. Non vedo l’ora che sia primavera!

Franci

 

 

 

le piante femmine di Lucia

Dopo un periodo di ferma, causa manutenzione, riprendono i contributi verdi.

Oggi l’ospite è Lucia, suo il blog Là in mezzo al mar , ma la l’ospite di oggi che una ne fa e cento ne pensa, la trovate anche su Zebuk a raccontar di libri e scrittori e su Trashic con le sue recensioni cinematografiche.

…devi sapere che ho scelto la casa dove abito ora soprattutto per il meraviglioso terrazzo (no, della vicina allegra non ero a conoscenza)
Appena l’ho visto mi sono immaginata un salottino da esterno , tante cene con gli amici e una selva di piante.
Il primo è ancora nella lista delle cose da fare, per le cene ogni tanto organizziamo: l’ultima parte merita un discorso a sè.
Qualcuno dice che con le piante ci devi parlare, devi trasferire amore e passione, e loro ti ricambieranno moltiplicando foglie e fiori.
Ora: io non ho tempo. Passano i giorni dimenticandomi di bagnarle, figuriamoci se mi metto a raccontare la giornata alle mie amiche vegetali (perchè sono tutte femmine, eh: egocentriche, permalose e amorevoli esemplari  femminili di flora). 
Però loro prosperano, quindi quella teoria di psicologia vivaistica non funziona, o non funziona con loro.
Pensa che durante l’inverno sono anche state sommerse dal nevone storico marchigiano (sempre perchè mi ero dimenticata di portarle sotto) e nonostante tutto in primavera han di nuovo tirato su la testa, riempiendomi di verdi brillanti, di germogli e poi di fiori maestosi.
Poi dimmi se non sono femmine?
Lucia

cartolina da Montpellier

Cosa ci potrebbe essere di meglio per finire una settimana in bellezza se non un bel contributo verde di un’ospite?

Mi ha spedito la sua foto Bianca Spina titolare di  Volevo chiamarla Frida. Saprete che abita nel Petit Village nel Sud della Francia.

Una foto e qualche riga, perchè alle volte si prova qualcosa che non è facile spiegare.

uno dei miei angoli verdi preferiti, non so neanche bene perchè mi piaccia così tanto ma lo adoro, la vista è dalla panchina dove spesso mi siedo quando ho voglia di riprendere fiato e riconciliare i pensieri;  la panchina è lungo L’Esplanade Charles-de-Gaulle a Montpellier.

                      Bianca Spina

grazie di aver partecipato e alla prossima dal Sud della Francia, che mettetela come volete fa sempre figo!

Cristina

un mozzichetto di verde

Oggi sul blog verde abbiamo il contributo di Silvia, due delle quattro mani di Genitori Crescono, le altre due sono di Serena. Silvia fa un lavoro lontanissimo dal mondo verde e il posto  dove vive è il paradigma della città, l’Urbe, Roma.
Ma il verde tutto può, perfino sui balconi degli avvocati!
Dall’estate scorsa mi è presa una piccola passione.
 Una di quelle attività che ti fanno ritagliare un angoletto nella giornata, magari anche solo di pochi minuti, per tirare il fiato e allontanare qualche ingarbugliamento mentale.
L’orto sul balcone.
L’estate è stata prodiga di frutti: i cetrioli sono spuntati belli grassocci, regalandomi una gran soddisfazione. Le insalate sono cresciute verdi e croccanti, nonostante all’acquisto avessi creduti di comprare lattuga da taglio e invece avevo acquistato piantine che sarebbero diventati piedi di lattuga romana belli grossi.
Che bello uscire la sera a innaffiare con quel poco fresco del luglio romano!
A settembre ho provato con gli ortaggi invernali, questa volta partendo dai semi, non dalle piantine.
Il solito coro di familiari scettici: “Ma figurati se nascono nei vasi!!”. E invece ecco quel momenti magico in cui i fitti fili d’erba, che all’inizio sembrano tutti uguali, spuntati da ogni seme e cominciano ad assumere la loro personalità. Le foglioline, ancora piccolissime, si stanno trasformando in foglie di ortaggio: spighette per i finocchi, foglioline tonde per gli spinaci.
Giusto un mozzichetto di verde (Inopportuna traduzione letterale! Me la perdonerà la padrona di casa?)
perdonatissima!
Questo giovane blog comincia a muovere passi un pochino più saldi, sono contenta che sia visitato con benevolenza e affetto, ne ha tantoooo bisogno,

arrivano anche i contributi verdi e spero ne arriveranno molti altri, non scoraggiatevi per l’arrivo dell’autunno, il verde vi scoverà!

Pollice Nero e l’azalea tignosa

Il primo post dopo la ripartenza è un contributo di una blogger, Chiara di Chiaradinome.

Al momento della partenza del blog avevo chiesto qualche contributo nel mondo delle conoscenze web, che poi seppur velocissimamente Chiara ed io ci siamo conosciute in analogico. Chiara mi ha mandato il suo contributo, scusandosi – lei – per il ritardo, ecco l’invio risale a Maggio.

ok non ho scuse, ecco la storia delle sue foto.

Mi hanno regalato questa pianta di azalea due anni fa, quando era nel pieno della rigogliosa fioritura ed emanava un profumo adorabile. Indicazioni per farla continuare a vivere: nessuna. E quindi io, che uccido le piante al solo guardarle, mi beavo della sua visione, conscia della breve vita che avrebbe avuto nel mio giardino, che in inverno è freddo e senza sole, in estate non ha un minuto di ombra.

Infatti in autunno si è lentamente suicidata e noi abbiamo lasciato i suoi stanchi rami a seccare in mezzo alle photinie, col vaso a coprire un tombino…

L’estate scorsa invece si è rianimata, è tornata tutta verde, ma di fiori neanche l’ombra. Poi l’inverno scorso è rimasta ancora lì, secca incendiata, a prendere freddo, pioggia e neve. E io me la sono anche dimenticata.

Qualche giorno fa dovevo aprire quel dannato tombino e surprise surprise! lei era risorta come l’araba fenice, non solo in verde, ma anche in bianco di mille fiori enormi e profumatissimi…

La lezione che mi ha insegnato Miss Azalea Tignosa è che se lascio fare alla natura è molto meglio…

Firmato Madame Pollice Nero

Grazie Chiara

il pomo della discordia

 

Il contributo di Silvia, mogliedaunavita, con la quale sono sicura prima o poi ci sarà amicizia anche analogica. La foto è solo di qualche settimana fa quando sembrava che la neve non sarebbe mai andata via

l’ho vista nascere la ciclabile, dopo insistenti e ripetute richieste, 
eccola affiancare la statale, traffico costante, velocità imperante.

una ciclabile con gran premio della collina, dicono i comici 
battutisti, che alla scuola di agraria (colle persolino) tocca il suo 
apice nel bosco dei melograni.

verdi e fitti di vegetazione in estate, riparo perfetto per pipì al 
volo, verdi di un verde maturo e carichi di frutti chiccosi in 
autunno, regalo di natura per chi a piedi o in bicicletta si trovava a 
passare dal tratto di pista. carichi di neve in questo febbraio 
generoso di bianca precipitazione.
ancora spogli in questa primavera esplosa.

oggi, in bicilcetta pedalando ho avvertito un suono di trattore, 
cingoli e lame. il boschetto di melograni è a terra. la collina dei 
frutti che regalava scorci di meraviglia
a ogni stagione non c’è più, caricata su un camion e bruciata altrove.

la scuola di agricoltura di persolino ha un progetto verde diverso? o 
semplicemente siamo così al verde che non abbiamo pietà di una collina 
senza produzioni da mettere a frutto?

silvia un pochino meno verde fuori oggi. un pochino verde di rabbia 
dentro

grazie Silvia.