Gerani zonali.

É ora di mettere all’aria aperta i gerani che hanno passato l’inverno indenni nella piccola serra del giardino.
Devono essere solo ripuliti da foglie e fiori secchi, concimati con un prodotto apposito ed il gioco é fatto.

Una curiosità: sapevate che per il ricovero invernale non vanno potati? Questo per permettere alla pianta di rimanere protetta proprio da ciò che si secca.

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Prato in crescita.

Abbiamo seminato due settimane fa ed il prato sta crescendo generosamente. Sono rimaste delle piccole chiazze però. Nei prossimi giorni provvederemo a mettere un piccolo strato di torba, semineremo e ricopriremo con altra torba sempre per evitare di far diventare il giardino una mangiatoia pubblica per merli.
La soddisfazione di vederlo crescere ci ripaga della fatica che abbiamo fatto e grazie al sole cocente della scorsa settimana e delle piogge di questa, abbiamo finalmente un prato decente.
Vi terrò aggiornati.

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Seminare il prato.

Non so se ho già detto che detesto profondamente il tappeto erboso, non è fatto per essere calpestato e maltrattato dalla bimba di casa e dopo più di un anno di tentativi abbiamo deciso di estirparlo definitivamente e sostituirlo con erba seminata.

Per prima cosa abbiamo tolto tutto il tappeto che in troppi punti era già secco, l’operazione è risultata piuttosto facile perché le radici dell’erba non avevano attecchito granché.

Dopo aver messo uno strato di una decina di centimetri di terra buona (torba specifica per la semina dell’erba), abbiamo dovuto passare il rullo, seminare, concimare, ributtare altri 2/3 centimetri di terra e ripassare il rullo.

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Per evitare  di far diventare il futuro prato una mangiatoia per uccelli a cielo aperto, abbiamo coperto il tutto con il tessuto non tessuto ed annaffiato.

Un sacchetto di torba da 50 chili è bastato per circa tre metri quadri di terreno da seminare, buon lavoro eh!

Ora non dobbiamo fare altro che aspettare ed immaginare il nuovo prato.

L’orto a marzo.

La natura si sta svegliando, forse non ha nemmeno dormito quest’anno visto l’inverno poco rigido; in montagna è nevicato molto, ma qui in città gran poco.

Detto questo, annuncio con enorme gaudio che abbiamo cominciato i lavori in giardino e nell’orto Clemente. Perché proprio oggi? Perché è fiorito il primo Crocus e qui da noi si dice che se il terreno ha permesso al crocus di fiorire, è pronto per le pulizie di fine inverno, può essere concimato e trattato per le semine.

crocus

Una volta rastrellato il prato e liberato le aiuole dalle foglie secche, abbiamo approfittato del sole per vangare l’orto, concimare l’aiuola che prende più sole e seminare valeriana, crescione e cicoria.

Per la concimazione, anche quest’anno abbiamo scelto lo sterco secco biologico in polvere, lo trovo comodo ed inodore: una volta vangato in profondità, lo si mette, si rigira la terra, la si smuove con l’aiuto di una zappa o un rastrello e si procede con le eventuali semine ed i trapianti.

Per evitare che gli uccelli mangino i semi abbiamo usato una copertura di tessuto non tessuto, oltre che le girandole colorate che fanno molto hippy autoproduttori e felici.

Nelle prossime settimane dovrebbe germinare tutto e trapianteremo le prime insalate e potrò finalmente decretare aperte le danze del raccolto.

Buon lavoro a tutti!

La Stella di Natale.

Per la prima volta nella mia vita, sono riuscita a non far crepare miseramente la mia stella di Natale. Credo di aver capito il segreto di questa pianta che mi viene regalata puntualmente alle soglie delle festività e che muore passata la Befana.

I primi ai quali, negli anni, ho chiesto esasperata un consiglio, mi dicevano di metterle al buio, poi di non dare da bere se non acqua calda, poi ancora di metterla lontana dalle finestre, poi vicino e poi mi sono scocciata di chiedere consiglio.

Quest’anno, quando un amica mi ha regalato la classica stella rossa, ho subito pensato che me la sarei goduta per non più di una settimana, ma nel consegnarmela mi ha detto: lo sai che ho scoperto come farle vivere e non crepare miseramente? Ecco, ho pensato, meno male che non sono l’unica.

Per farla breve, mi è stato consigliato di darle da bere dal basso, ossia mettendo un piccolo sottovaso. Detto fatto.

Dopo due mesi, la mia Euphorbia pulcherrima gode di buonissima salute, è rigogliosa e io e la sua specie abbiamo fatto finalmente pace.

stella d inatale

Piante grasse, bella gente.

Oggi è un’amica a regalarci un contributo verde, Silvia e le sue piante grasse.

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Le piante grasse sono di poche pretese. Che non significa che siano piante modeste, anzi.

Ce ne sono di lussuose e di lussuriose. Di rigogliose e di rigorose. Di setose e di sontuose.

Sono di poche pretese perché sono piante molto indipendenti: non pretendono e non chiedono, al limite si giovano.

Piante che sanno stare anche da sole, alle quali non manchi. Non stanno lì a guardarti storto perché hai dimenticato di dar loro l’acqua. Non vogliono farti sentire in colpa perché l’esposizione non era quella perfetta. Insomma, piante che sanno stare al mondo.

Il bello è che non si limitano a sopravvivere in tua assenza (anche assenza morale: ci sei, ma non te le fili). Loro vivono e rigogliono in proprio. Crescono, diventano più alte e più larghe, tirano fuori fiori bellissimi

 

E poi nascono nei tuoi vasi in modo sorprendente. Di solito in due modi:

1) un “ciccio” di pianta grassa, staccato dalla pianta madre e infilato in terra così, senza cerimonie e senza fronzoli, senza complicazioni e senza pretese;

2) la piantina grassa piccola piccola, nel vasetto microscopico di plastica, pagata 1 euro al mercatino o al brico.

Contro ogni previsione, queste piantine diventano, in pochi mesi, l’orgoglio del tuo balcone. Te ne accorgi un po’ all’improvviso: non le guardi per parecchio tempo, non ci fai caso e loro sono lì a crescere in silenzio. Un giorno ti giri e le noti: sono alte almeno 30 centimetri.

Ma non era un ciccetto? Non era la piantina del brico? Come è diventata così, che non l’ho praticamente innaffiata?

 

La pianta grassa è un tipo tosto, una vera dura. Passa l’inverno più rigido e l’estate più torrida e, alla fine della stagione, è sempre lì, a tirare fuori un nuovo ciccio o un fiore.

La pianta grassa non è grassa: ha l’ossatura forte, è robusta.

Le piante grasse, poi, sono varie. Non si assomigliano: ci sono quelle con le spine aguzze e graffianti, quelle con le spine morbidine come capelli a spazzola, quelle con le foglie vellutate e cicciotte, quello con le foglie smeraldo belle tonde, quelle morbide, quelle croccanti, quelle di un bel grigio-verde-argento, quelle scure, quelle chiare, quelle con tante punte e tante braccia, quelle con le foglie larghe, quelle con le foglioline piccole piccole, che ogni tanto ne stacchi una e te la schiacci tra le dita per sentire l’acquetta fresca che ne esce.

 

Le piante grasse sono piante di sostanza: solide, corpose, che non stanno lì a lamentarsi, a cincischiare. Se c’è da resistere, resistono. Se c’è da crescere, crescono. Se c’è da godersi languidamente il sole, godono. Piante che non si lasciano sfuggire il bello della vita. Piante concrete, belle, ottimiste e sorridenti. Ma serie, piante molto serie, poco inclini ai tradimenti e ai cedimenti.

Bella gente le piante grasse.

Generazione Orto.

orto

 

Ci è stato regalo un Contributo Verde di quelli belli da leggere d’un fiato e che fanno venire voglia di pensare. Grazie a El Gae, di nuovo.

Mio suocero ha figli grandi, nipoti di tutte le età ed un orto che basterebbe a sfamare tutto il Congo  Belga.

C’è uno steccato bellissimo fatto con lunghe assi di legno verniciato. Non può non piacere: sembra quello che da piccoli vedevamo in tv in Furia cavallo del west. Ha aperture su tutti i lati chiuse da cancelli fatti con lo stesso legno, perfettamente integrati nella struttura. Si chiudono con un chiavistello ed un lucchetto.

Che di per sé non servono ad un granché: basta saltare la staccionata e si entra senza grossa difficoltà, il tutto è molto decorativo, curato nei minimi dettagli.

Anche dentro è tutto ordinato, preciso: ci sono delle tavole, tipo quelle dei cantieri che dividono gli spazi tra una coltivazione e l’altra e ti permettono di camminarci in mezzo senza infangarti nemmeno dopo una settimana di pioggia.

La produzione cambia di continuo, seguendo il ciclo delle stagioni, chiaramente, ma anche aggiungendo e togliendo colture nuove di anno in anno, per vedere se gli vengono bene. Non è neppure funzionale al consumo, per certi aspetti.

Nel senso che non si coltiva per consumare, ma bisogna consumare per continuare a produrre.

E la produzione è funzionale al passaggio del tempo.

Ed il passare del tempo serve ad arrivare a sera, senza dover fermarsi a pensare. Forse all’ansia di vivere per il futuro, forse a quei segnali negli occhi dei figli, colti e messi via, senza elaborazione, senza andare a fondo e che riemergono appena ti fermi, appena non hai qualcos’altro per tenere occupate le mani e la testa.

E allora è meglio lavorare e pensare che siano ancora bambini, che abbiano ancora bisogno di te perché troppo grandi sembrano le loro paure e le loro insicurezze per dargli una mano. Che magari sono le stesse che avevi tu, solo che l’epoca e diversa e non basta più lavorare e garantire il pane alla famiglia, che ora questo lo sanno fare anche le donne.

E questo discorso non vale solo per mio suocero ma per tutta la sua generazione, che si è vista cambiare il mondo attorno ed rimasta sul suo orto, a coltivare certezze che non valevano più fuori da quella staccionata.

Forse quando noi saremo vecchi rimpiangeremo di non avere un orto.

E allora dagli di coste, di radicchio e di tegoline che ai figli servono. È un modo per rimanere agganciato, di continuare a rassicurare che possiamo contare su di loro. È un cordone ombelicale fatto di verdura. È un’altro cancello sulla staccionata dell’orto. Quello che dà sull’anima.

 

[Crediti | Immagini: Shelley & Dave]

Liberiamo una ricetta #liberericette #freearecipe

Prendere un pezzo di formaggio caprino, meglio se di montagna, meglio se non di capra ma di pecora nera, che di questi tempi fa molto più Kontro e fa figo.

Guardarlo, guardarlo e guardarlo ancora ed intensamente.

Pensare al suo gusto.

Arrivare ad osservarlo così tanto da sentirlo già in bocca.

Resistere e dirigersi verso il frigo.

Pensare all’abbinamento giusto: miele o chutney di pomodori verdi? Marmellata di peperoncino o mostarda piccante?

Marmellata di pomodori verdi, sì.

caprino e marmellata di pomodori verdi

Sono consapevole che non sia una ricetta seria, ma l’importante in questo periodo per me è partecipare: liberiamo una ricetta!

(che al formaggio e miele non ci pensano mica tutti)

  “Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia.Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web”. 

#freerecipe 2013edition

Una serra DIY in garage.

Anche quest’anno arriva il momento in cui si può cominciare a seminare ciò che poi verrà piantato nell’orto. Nel mio caso lo devo confessare, ho un amore smodato per peperoncino e pomodori e sto progettando la mia (leggi le mie) serra. Quest’anno vorrei evitare di invadere ogni piano di appoggio di casa e visto che Cristina ha scritto di illuminazione artificiale, vorrei provare a traslocare tutto il progetto in garage. Certo non è caldissimo, ma tra il caldo dell’illuminazione e il fatto che il mio nello specifico non è davvero troppo freddo ci voglio tentare.

Essendo una economa incallita poi, ho voluto fare il calcolo: per le piante dell’orto lo scorso anno avrei speso un centinaio di euro che ho avidamente risparmiato comprando solo qualche bustina di semi e del terriccio.

serracasalinga

Prima di tutto come serre userò delle scatole di plastica, di quelle che si usano per riordinare, togliendo il coperchio che di solito non è trasparente, sono l’ideale: all’interno viene mantenuta la giusta umidità e la luce penetra in abbondanza. L’anno scorso, come dicevo prima, ho piazzato questi aggeggi su tutto il piano cucina e su ogni davanzale e nonostante i molti pregiudizi dei conoscenti sulla riuscita, ho attenuto in qualche mese 50 piante di pomodori e una ventina di piante di peperoncino. Per non parlare dei fagioli e dei fagiolini, dunque quest’anno si replica.

Nell’attesa di trovare il neon giusto comunque, procederò a breve alla semina, mi basterà della torba, i semi e dei vasetti.

semina pomodori

Buona semina a tutti!

Zinnie: come recuperare i semi per riprodurle.

Mi piacciono tanto i fiori, devo averlo già detto altrove e mi piace anche molto spendere poco, forse questo lo dico meno per non fare la figura di quella dal braccino corto: il fatto di poter recuperare semi dai fiori che sono arrivati a fine vegetazione mi crea una sorta di emozione. So che posso essere capita, come quando vai in giro per strada e spezzi un rametto per farne una piccola talea per ricreare una pianta, questo forse era meglio non dirlo.

Comunque tornando al post, ci sono fiori dai quali è molto semplice recuperare semi, questa per esempio è una zinnia in piena fioritura:

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[Credits Davedehetre]

E questo invece è il fiore appassito che conserveremo per la prossima primavera.

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Basterà seminarlo a pezzetti nel terreno verso aprile per avere in circa tre mesi dei fiori meravigliosi.

 

Gira il girasole.

Per il “Contributo verde” di oggi, Lucia ci ha regalato il suo racconto. Buona lettura!

girasole

Allora, la storia è questa.

C’era una bambina di una piccola città di mare, e ovviamente c’era la sua mamma, ordinaria ragioniera part time, dedita alla famiglia, a sé e ad un miliardo di altre cose.

La bimba, che per comodità chiameremo BimbaGiò, frequentava la prima classe della primaria e si preparava ad andare in gita: nientemeno che alla fattoria didattica, pianteanimalifruttafiori e cotillon. MammaLù (sempre per comodità) prepara lo zainetto con la merenda, la macchina fotografica e i fazzoletti di carta.

Bella la mattinata in mezzo alla natura di BimbaGiò, ordinaria la giornata in ufficio di MammaLù.

Al ritorno a casa richiesta di racconti della gita, domande interessate e sguardi curiosi, ai quali quella sotto il metro e cinquanta rispondeva con entusiasmo alle stelle: tutto bene Mà.

Ma la sorpresa doveva ancora arrivare. Infatti dopo qualche mese, a giugno, la studentessa torna a casa con un vasetto piccolo e tutto pieno di terra. Il che non sarebbe nemmeno troppo strano, visto che la terra, oltre che per terra, a volte si può trovare anche nei vasi. La cosa stupefacente era che da quella terra partivano due eleganti fasci verdi, sottili e leggermente tendenti al verde chiaro, che dopo il primi due centimetri e il tentativo di elevarsi lottando contro la forza di gravità, avevano ceduto miseramente e si erano stesi in posizione orizzontale, crescendo per -boh- circa dodici altri centimetri.

Oh BimbaGiù, che ti sei portata a casa, le ragnatele del terrario nell’aula di scienze?

Oh MammaLù questi sono i girasoli che abbiamo piantato alla gita, ti ricordi?

Certo che mi ricordo, ricordo benissimo la seduta di ipnosi e lettura del pensiero di qualche mese fa in cui ero riuscita a sapere che la merenda l’avevi mangiata tutta, come posso essermi scordata che mi avevi comunicato che erano stati piantati dei semi di girasole dal fattore Pietro per avviare i giovani virgulti cittadini alla nuova passione orticola?

Mi ricordo, come no!

Che orpo di faccio ora di ste due stelle filanti?

Mi sovviene che ho una consulente di verde, specializzata in sostegno corposo alle cittadine sprovviste di pollice (di tutti i colori). Alla chiamata la consulente finge di non essere in casa, imitando l’accento russo del suo fornitore di semi di vodka (come? non si pianta la vodka? allora devo aver capito male). Dopo il terzo tentativo risponde, ma alla richiesta di un aiutino attacca a ridere e le parte l’enfisema per mezz’ora.

A questo punto MammaLù tenta la tattica del tuttologo, provando ad appendere il vaso a testa in giù.

La consulente per amore della scienza suggerisce di cambiare vaso (e verso) e steccare i germogli. MammaLù compra una vocale, toglie una e aggiungendo una a e capisce la parola sbagliata: il primo esserino verde le rimane in mano. Taaaac: meno uno.

Al secondo tentativo di sorreggere la pianta con due spiedini di legno attaccati con lo scotch, anche il girasole potenziale si mette a ridere (per non suicidarsi si è ipotizzato negli ambienti dell’Interpol).

Era giugno, col caldo e gli uccellini che cantano.

Sono passati i giorni, e il verde è diventato prima ocra e poi marrone, virando definitivamente al grigio attorno alla metà di luglio.

Ora: io non so chi di noi due ha sbagliato, forse la Lù o forse la consulente verde, tra i ghigni e le risa.

Io vi ho solo raccontato la storia del girasole che gira e di una bambina che alla fine ha superato il trauma (fregandosene bellamente, per amore di precisione)

Quindi io quello che è accaduto ve l’ho racconato, tutte le altre versioni sono false.

A voi trarre la morale (se c’è)

[Credits Immagine john.roberts]